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25 agosto 2012

LA PRIMA GIORNATA DI SERIE A (DEL 1982)

Bruno Conti e la curva Sud della Roma

(da leggersi, come l'anno scorso, con la voce di Paolo Valenti)
Gentili telespettatori, inizia oggi una nuova avventura con la serie A. I tifosi italiani hanno ancora negli occhi lo splendido trionfo della notte di Madrid, quando Dino Zoff ha alzato al cielo la coppa del mondo, e si apprestano a vivere con rinnovato entusiasmo la corsa allo scudetto che vede la Juventus campione d'Italia nei panni della naturale favorita. Tanto più che ha aggiunto due campioni del calibro del francese Michel Platini e del polacco Zbigniew Boniek alla sua rosa.

18 giugno 2012

OTTANTA FACCE: TRAPATTONI E TARDELLI

Da sinistra Tardelli nel 1982, Tardelli e Trap oggi e Trap nel 1983

Italia-Irlanda di questa sera a Euro 2012 non è una partita come le altre, e non perché dal risultato dipende la qualificazione degli azzurri. Sulla panchina degli irlandesi siedono due leggende viventi del calcio italiano. Giovanni Trapattoni da Cusano Milanino, classe di ferro 1939, è sulla cresta dell'onda dal 1976, anno in cui fu scelto, da semisconosciuto, per guidare la Juventus con la quale iniziò un ciclo vincente. Nella sua lunghissima carriera ha allenato Platini e Matthäus, ma anche Strunz, e non le ha mai mandate a dire a nessuno, in qualsiasi lingua. Per esempio, alle critiche dell'ex capitano dell'Irlanda Roy Keane sulle prestazioni della squadra (due sconfitte, sette gol subiti agli Europei finora) ha risposto prima in inglese con accento lombardo, con diplomazia. Per poi rincarare la dose in italiano: "Non ha mai vinto un cazzo". E infine, ha chiuso la conferenza stampa con un impagabile "No applaud". Del resto, da anni le sue interviste forgiano nuove espressioni di altre lingue. In Germania usano uno sgrammaticato ma efficace "Ich haben fertig", per dire "ho finito" come diceva lui. E gli irlandesi hanno imparato il significato di "Non dire gatto se non ce l'hai nel sacco", tradotto in "Cat in the sack".
Accanto al Trap siederà uno dei suoi ex campioni, ora diventato viceallenatore della Nazionale irlandese. Noi ottantologisti ce lo ricordiamo folle di gioia e di adrenalina, mentre correva e urlava dopo aver segnato il gol del 2-0 nella finale Italia-Germania Ovest del Mundial 1982. Va detto che, come testimonia la foto, tra i due Marco Tardelli è quello che è invecchiato peggio: Classe 1954 (porca paletta, gli idoli calcistici della nostra generazione vanno per i sessanta), ha preso più di qualche chilo e di qualche ruga. Restano tali e quali i capelli, con quel ciuffo pettinato con la riga che faceva un po' fuori moda anche allora...


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09 maggio 2012

FIGU: JUARY (Avellino 1980-81)


Jorge Dos Santos Filho, per il mondo del calcio Juary, è nato il 16 giugno 1959 a Sao Joao de Meriti, città di quasi 500mila abitanti nello stato di Rio de Janeiro. A diciannove anni era attaccante titolare del Santos, la squadra di Pelé (giocò anche nella sua partita di addio), e conquistò la convocazione nella Nazionale brasiliana per la Coppa America del 1979. Per dissidi con i dirigenti venne poi ceduto in Messico, all'Universidad de Guadalajara. Ad Avellino arrivò nell'estate del 1980, quasi per caso, nel senso che i dirigenti del club messicano lo convinsero a salire sull'aereo verso l'Italia dicendogli: «Andiamo a vedere giocatori, vieni a darci una mano». E poi, in volo, gli aggiunsero: «Non è vero, ti abbiamo venduto all'Avellino». Juary, come ha raccontato nel 2005 in un'intervista a Alessandro Dell'Orto di Libero, nemmeno sapeva dove fosse Avellino. Il presidente Antonio Scibilia, benché perplesso perché era piccolino, si fidò dell'allenatore Luis Vinicio e chiuse l'affare. Fu una buona scelta: Juary segnò 13 gol in due stagioni, rendendosi popolare in tutta Italia per il suo modo di esultare: una danza attorno alla bandierina. In Irpinia visse anche la tragedia del terremoto: «Per questo» ha aggiunto «io mi sento avellinese».
Nel 1982 finì all'Inter, che lo voleva per usarlo come pedina di scambio per arrivare all'austriaco del Cesena Walter Schachner. L'operazione fallì e Juary restò in nerazzurro senza brillare. Nel 1983 finì all'Ascoli (5 reti e salvezza), nel 1984 alla Cremonese, che retrocesse. L'estate successiva Juary lasciò l'Italia e accettò l'offerta del Porto. In tre stagioni vinse tutto: prima il titolo portoghese, poi la Coppa dei Campioni 1986-87, 2-1 in finale al Bayern Monaco con suo gol decisivo, su assist dell'algerino Rabah Madjer che di tacco aveva segnato la rete del pareggio, e infine la Coppa Intercontinentale. Altre quattro stagioni in Brasile e, nel 1992, è arrivato l'addio al calcio giocato.
In Italia è tornato nel 2005, come allenatore delle giovanili del suo Avellino. Ma prima è stato per tre anni protagonista di un progetto nelle favelas di San Paolo, "Futebol comunitario", nato per tenere lontani dai guai i ragazzini dei quartieri difficili. In seguito ha allenato le giovanili di Potenza, Napoli e Porto, poi la prima squadra di Banzi e Aversa Normanna nelle serie dilettantistiche. Dal 2010 è il tecnico del Sestri Levante, campionato di Eccellenza ligure. Poco più di un mese fa ha centrato, con cinque giornate di anticipo sulla fine del campionato, la promozione matematica alla serie D.
Sposatosi due volte, ha cinque figli ed è già nonno: ha qualche chilo in più, ma il sorriso è lo stesso (come prova questa foto). In Italia ha messo radici, visto che ad Avellino ha aperto anche una scuola calcio. Uno dei figli, dopo aver giocato nelle giovanili dell'Udinese e in serie D nel Cervia post-reality show televisivo, è tornato pure lui ad Avellino, nel 2009, per giocare a calcio a 5.

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04 dicembre 2011

E' MORTO SOCRATES

Socrates aveva 57 anni, era laureato in medicina, stava aspettando un trapianto di fegato e nella sua vita, insieme alla moglie e ai sei figli, aveva collezionato successi sportivi e travagliate difficoltà, come la dipendenza dall'alcol. Nel 1982, nel pieno della sua forza, era una delle stelle del Brasile che pareva predestinato a vincere i Mondiali in Spagna, e che invece trovò l'Italia sulla sua strada.
In quella squadra c'erano anche Zico, Junior, Falcao, tutti nomi che abbiamo ritrovato nel calcio italiano e sui nostri album di figurine ottantologiste. Socrates (nome completo Socrates Brasileiro Sampaio De Souza Vieira De Oliveira, album Panini docet) indossò la maglia della Fiorentina per una stagione appena, nel 1984-85. E fu per lui che imparammo il significato del termine saudade, nostalgia.
Nel 3-2 contro l'Italia, Socrates riuscì a segnare un gol. Ma non fu il più bello del suo Mundial. Uno spettacolo di classe pura fu la rete che realizzò all'Unione Sovietica, nel turno eliminatorio. Questa qui...


25 agosto 2011

LA PRIMA GIORNATA DI SERIE A (DEL 1981)


(da leggere con la voce di Paolo Valenti)
Gentili telespettatori buongiorno. Finalmente, dopo la lunga pausa estiva, riprende il campionato di calcio che terminerà a maggio e ci condurrà fino ai Mondiali di Spagna, che inizieranno a giugno dell'anno prossimo.
Oggi si giocherà la prima giornata di un torneo che si annuncia pieno di novità, e non solo perché per la prima volta sulle maglie delle squadre compariranno i marchi degli sponsor. La Juventus di Liam Brady e del nuovo acquisto Pietro Paolo Virdis, insieme al logo della Ariston, porterà sul petto il suo diciannovesimo scudetto, ma sarà circondata da molte pretendenti al ruolo di grande favorita. Innanzitutto la Roma di Nils Liedholm, che nella passata stagione ha perso allo sprint, e le polemiche nate e mai sopite intorno al gol di Turone annullato a Torino hanno moltiplicato la sua sete di rivincita.
Bisognerà fare attenzione anche alla Fiorentina, il cui presidente Ranieri Pontello ha condotto una campagna acquisti faraonica. Ora il leader Giancarlo Antognoni sarà affiancato dal talento di Eraldo Pecci e Francesco Graziani, acquistati dal Torino, e dai promettenti Daniele Massaro, rilevato dal Monza, e Pietro Vierchowod, preso dal Como.
Il Napoli, che ha chiuso al terzo posto nella passata stagione, ha rinforzato il suo attacco strappando al Catanzaro per un miliardo e 350 milioni di lire l'ala sinistra Massimo Palanca, vicecapocannoniere della passata stagione con 13 gol. In Calabria proverà a non farlo rimpiangere la giovane promessa Massimo Mauro. L'Inter, che vestirà una divisa dallo stile moderno, con i pantaloncini azzurri, ha provato a rinforzarsi rilevando dal Perugia l'ala Salvatore Bagni e dando fiducia in attacco al giovane Aldo Serena. Dopo un solo anno di purgatorio in serie B, espiata la pena per lo scandalo del calcioscommesse, torna nel massimo campionato anche il Milan: nella squadra che ha dominato il torneo cadetto, spicca l'inserimento del centravanti scozzese Joe Jordan.
Come dicevamo, questo sarà il campionato che precede i Mondiali di calcio. L'Italia di Enzo Bearzot è a un passo dalla qualificazione, ma non piace a critica e tifosi. A Bearzot si contesta il fatto di continuare a fare affidamento sul blocco di giocatori che convoca e fa giocare fin dai Mondiali del 1978, trascurando volti nuovi del campionato come il torinista Dossena, ma soprattutto come Beccalossi e Pruzzo, a cui non bastano le buone prestazioni in campionato per conquistarsi una chiamata. Soprattutto se si pensa che Bearzot sembra pronto a rinunciare a cuor leggero a Pruzzo, capocannoniere del campionato, ma sembra altrettanto pronto a ridare fiducia a Paolo Rossi, anche se lo juventino è fermo da quasi due anni per il calcioscommesse.
Le partite della Nazionale, così come i Mondiali di Spagna, saranno trasmesse dalla Rete Uno. Lo stesso canale vi accompagnerà nelle vostre domeniche sportive alle 18,20 con 90° minuto, con le sintesi delle gare di campionato a cura dei nostri inviati Cesare Castellotti da Torino, Giorgio Bubba da Genova, Tonino Carino da Ascoli, Luigi Necco da Napoli, Lamberto Sposini da Bologna e Marcello Giannini da Firenze. Alle 19 verrà trasmessa la telecronaca registrata del secondo tempo di una partita di serie A. Intorno alle 22,15 andrà in onda la Domenica Sportiva. Vi ricordo anche, sulla Rete Tre, la seconda edizione del Processo del Lunedì, per discutere della giornata di campionato insieme a Enrico Ameri, quest'anno accompagnato dalla bella Marina Morgan, per la regia di Aldo Biscardi.

(E se volete sapere com'è andato a finire quel campionato, eccovi il video dell'ultima giornata, con le voci della diretta di Tutto il calcio minuto per minuto. A quell'ultima giornata Juventus e Fiorentina arrivarono a pari punti e il Milan era in piena zona retrocessione: con una sconfitta del Genoa a Napoli si sarebbe salvato, ma...)

11 luglio 2011

CAMPIONI DEL MONDO, 29 ANNI FA


Cinque anni e due giorni fa, l'Italia si fermava con il fiato sospeso per una serie di calci di rigore. Ringhiando di sollievo quando Trezeguet colpì la traversa. E urlando di gioia quando Grosso mise il quinto penalty dietro le spalle dell'odioso Barthez. Eravamo campioni del mondo, di nuovo.
Noi ottantologisti sapevamo già che cosa si provava, anche se l'11 luglio del 1982 eravamo bambini. Sono passati 29 anni esatti dalla notte in cui l'Italia sconfisse la Germania 3-1, colorando di tricolore lo stadio Santiago Bernabeu di Madrid e una penisola intera. Eravamo bambini, ma ci ricordiamo tutto. Le prime, scialbe partite. I commentatori che attaccavano a testa bassa contro una Nazionale, a loro dire, senza speranze. I nostri papà che sui pianerottoli allargavano le braccia sconsolati pensando che sarebbe stato un fallimento. E per forza, con quel Bearzot che si ostinava a mettere quel Rossi titolare...
Eravamo bambini ma ci ricordiamo quanto fosse uno spauracchio l'Argentina del giovane Maradona. E come Claudio Gentile lo rese inoffensivo, con una marcatura appiccicosa come il sudore di un pomeriggio spagnolo.
Eravamo bambini ma abbiamo in mente la sensazione di quella sfida impossibile con il Brasile, persa ancor prima di cominciare, in un torrido pomeriggio di inizio luglio. Era il Brasile di Falcao, Zico (a cui Gentile strappò perfino un lembo di maglietta), Socrates, delle punizioni supersoniche dell'ala sinistra Eder. Invece segnò Rossi, e poi Rossi e poi ancora Rossi. E il Brasile che pareggiò due volte vide il colpo di testa del 3-3 bloccato sulla riga di porta dalle mani a tenaglia del quarantenne Zoff.
Eravamo bambini, ma il giorno della semifinale con la Polonia eravamo sicuri di vincere almeno quanto Bearzot, a cui nessuno osava più rinfacciare Rossi titolare (che ne segnò altre due). E cominciò a sembrarci strano vedere le nostre madri, che detestavano la domenica sera, quando con papà guardavamo 90° Minuto e non volevamo essere disturbati, chiedere a che ora giocassero.
Eravamo bambini e la sera dell'11 luglio avevamo una bandiera tricolore in mano, comprata al mercato qualche giorno prima. E attorno al divano di casa c'era una famiglia intera, calciofili e profani coinvolti dalla magia generale, a tifare. Sembrò di sentire un ululato di delusione che si alzava da tutta Italia entrare dalle finestre aperte, quando Cabrini calciò fuori il rigore. Invece fu impossibile sentire i rumori delle altre case, quando segnò Rossi: troppe urla nel nostro salotto. E quando Tardelli fece il secondo, l'unico urlo che l'Italia intera credette di sentire fu il suo. Altobelli arrotondò. Breitner salvò l'onore tedesco.
Poi Nando Martellini sfoggiò una voce insolitamente emozionata, per ripetere tre volte "campioni del mondo". Il presidente Sandro Pertini in tribuna d'onore sventolò la pipa sorridendo. Enzo Bearzot e Dino Zoff fecero una smorfia che somigliava a un sorriso. Il diciottenne Beppe Bergomi rise sotto i baffi. E le strade sotto le nostre case pullulavano di clacson e di bandiere. I più fortunati e grandicelli di noi scesero in strada, a rendersi conto che le fontane della città potevano servire anche a fare il bagno. Gli altri attesero in casa, affacciati alle finestre con la loro bandierina in pugno.
Eravamo campioni del mondo. E niente sarebbe stato più lo stesso. E certe emozioni non se ne sarebbero mai più andate dalla memoria. Come questa specie di filastrocca: Zoff, Gentile, Cabrini, Oriali, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Antognoni, Graziani. Con, nella finale, Bergomi al posto dello squalificato Antognoni. E Altobelli presto al posto dell'infortunato Graziani.
(E se proprio la memoria vi facesse difetto, rinfrescatevela con il video qui sotto)


30 maggio 2011

DUCADAM, CHE PARO' QUATTRO RIGORI


Lo sport è bello anche perché non sempre vincono i favoriti. A volte vincono, e se lo meritano ed è giusto così, come lo stellare Barcellona che due giorni fa ha alzato per la quarta volta la Coppa dei Campioni (noi ottantologisti ci ostiniamo a chiamarla così e non Champions League). Ma a volte Golia trova un piccolo Davide sulla sua strada, un eroe per caso armato di una piccola fionda, che gli si para davanti e gli sbarra la strada.
In una sera di maggio del 1986, Davide aveva i baffi e i guantoni da portiere, e si chiamava Helmuth Ducadam. Il muro di Berlino era solido, quanto il potere della famiglia Ceausescu in Romania, e la Steaua Bucarest che raggiunse la finale era proprio la squadra favorita del presidente, oltre che la polisportiva dell'esercito. Raggiunse la finale di Coppa dei Campioni, con una squadra fatta solo di rumeni, perché le frontiere del blocco comunista erano impermeabili anche nello sport. Ma a Siviglia si trovò di fronte il Barcellona e un muro umano di tifosi blaugrana, oltre che una tonnellata di pronostico sfavorevole. Questione di formalità, pensavano tutti, e il Barça avrebbe alzato la prima coppa della sua storia. Invece passavano i minuti e i favoriti non segnavano, e gli sfavoriti resistevano, impermeabili come la loro frontiera. Si superò il 90' e anche il 120': nemmeno un gol tra tempi regolamentari e sopplementari. Toccò ai rigori. E a quel dinoccolato portiere con i baffi, fino a quella sera sconosciuto ai più. L'esito sta nei libri di storia, e negli archivi video: ne parò quattro su quattro. Coppa alla Steaua, fama imperitura per Ducadam.
O quasi. Il portiere dei miracoli scomparve oltre la cortina di ferro. E l'anno dopo non era né titolare né riserva. Le leggende, alimentate dai segreti del regime, si sprecarono. Un tifoso del Real (qualcuno pensò addirittura al re di Spagna) gli avrebbe regalato una Mercedes per ringraziarlo. E il figlio di Ceausescu, geloso, gli aveva spezzato un braccio, troncandogli la carriera. Lui, Ducadam, l'ha sempre raccontata in un altro modo, nelle sparute interviste rilasciate a regime caduto: una trombosi, appena un mese dopo quella finale, lo costrinse a un'operazione d'urgenza. Gli salvarono il braccio, ma la mobilità della mano era compromessa. Tornò nella sua città natale, Arad, con il grado di ufficiale dell'esercito e tornò in campo, nelle divisioni inferiori, solo tre anni dopo. Nel frattempo, con il fucile d'ordinanza, aveva contribuito alla rivoluzione del 1989. Poi, appesi i guantoni al chiodo, ha fatto la guardia di confine, crescendo i suoi due figli insieme alla moglie parrucchiera e conducendo una vita che lui ha sempre definito serena.
Ricomparve nel 2001, fresco di pensione (150 dollari al mese), e raccontò di aver vinto la lotteria americana per conquistare un visto d'ingresso negli Usa. Così si trasferì a Phoenix, in Arizona, forte di un inglese un po' stentato che nelle interviste alternava a uno strano mix rumeno-italiano. Gli States erano il suo sogno, diceva. E sperava di poter insegnare calcio oltreoceano.
Poi di nuovo oblio fino al 2010, quando il controverso milionario Gigi Becali, proprietario della Steaua Bucarest, lo ha richiamato in patria per nominarlo presidente della squadra. Ora è un omone che strizza i suoi 120 chili in una giacca e in una cravatta, e forse quei panni gli stanno un po' stretti non solo in senso fisico. Per gli eroi di una notte è dura riprendersi il palcoscenico dopo trent'anni di oblio.

11 maggio 2011

IL MILAN DI ARRIGO SACCHI



Uno scudetto, una serie B per scommesse e, subito dopo, una per retrocessione sul campo, raffiche di acquisti bislacchi su cui spicca l'impalpabile centravanti inglese Luther Blissett, ormai più famoso per aver prestato il nome a un collettivo letterario che per le sue evoluzioni a San Siro: per i tifosi del Milan gli anni Ottanta non erano iniziati proprio benissimo.
Poi arrivò l'era di Silvio Berlusconi, fatta di un potenziale economico superiore a quello delle altre squadre, con campagne acquisti fatte di conseguenza. Ma non era solo questione di soldi e di campioni. Del Milan di Arrigo Sacchi si è tornato a parlare in questi tempi, immaginandolo come l'unica squadra in grado, in una sfida immaginaria, di tenere testa al Barcellona di Messi, Xavi e Iniesta. Quel Milan, al primo anno di Sacchi in panchina (era il 1987-88), conquistò lo scudetto vincendo a Napoli la sfida decisiva (vedi il video sopra). Quel Milan era Gullit, van Basten, Donadoni, Ancelotti. Ma era fatto anche di ragazzi del vivaio, cresciuti fino a diventare campioni, come Paolo Maldini, Billy Costacurta, Bubu Evani. Ed era fatto di gregari puri, eppure indispensabili: Angelo Colombo portava i suoi capelli biondi su e giù per la fascia destra, indispensabile come i compagni. Pur senza avere la stessa loro classe.
Dietro le quinte, c'era Arrigo Sacchi, uno che, appena arrivato in rossonero, rischiò l'esonero per aver preso due schiaffi al primo turno di Coppa Uefa dal modesto Espanyol. Berlusconi resistette e gli diede fiducia. Fece bene. L'organizzazione di Sacchi introdusse tattiche che hanno cambiato il calcio: difesa in linea, squadra corta, pressing, terzini che spingono, centrocampo in grado di soffocare gli avversari e poi di trasformarsi in macchina da attacco, talento al servizio del collettivo e mai fine a se stesso.
E soprattutto ha cambiato la mentalità del calcio nostrano. Abituate ad aspettare gli avversari, brave più a difendersi che a imporsi, le squadre italiane in Europa avevano uno spauracchio: il Real Madrid, che si poteva anche battere in casa per poi venire sommersi nel catino del Bernabeu. Nella semifinale di Coppa dei Campioni 1988-89, il Milan al Bernabeu non perse. L'1-1, nella testa italiana, era abbastanza per giocarsi il ritorno in casa difendendo e aspettando. 

Il Milan di Sacchi invece aggredì gli avversari fin dal tunnel degli spogliatoi, attaccando e nascondendo loro palla e speranze. Il primo tempo finì 3-0. In avvio di ripresa van Basten e Donadoni firmarono il trionfo. E solo allora i rossoneri si calmarono. Ma fu un successo epico. Portò il Milan in finale e alla sua terza Coppa dei Campioni, rivinta dopo vent'anni. Ma soprattutto liberò le squadre italiane dal loro complesso di inferiorità.