14 maggio 2011

IL CATCH DI ANTONIO INOKI

 
Prima di Dan Peterson e delle reti Fininvest e dei ring americani, il wrestling si chiamava catch, arrivava dal Giappone e andava in onda sulle tv private, con la voce di Tony Fusaro a rendere eroi personaggi che in Italia non si erano mai visti.
L'eroe tra gli eroi aveva pure un nome italiano. Antonio Inoki aveva fisico scolpito, pantaloncini attillati rigorosamente neri e una mascella che neanche Ridge. Il suo vero nome era Inoki Kanji, aveva praticato pallacanestro e atletica tra Giappone e Brasile, dove la famiglia emigrò negli anni Cinquanta. Quando cominciò a dedicarsi al catch (che in Giappone però si chiama puroresu, contrazione di “purofessionaru resuringu", la pronuncia giapponese di professional wrestling, scelse Antonio in onore di un lottatore italo-americano degli anni '50-'60, Antonino Rocca.
In Italia conquistò notorietà negli anni Ottanta, con la fama di invincibile, grazie alle registrazioni dei match del circuito nipponico che ci spiegarono molto anche sul cartone animato dell'Uomo Tigre. Che esisteva davvero e si chiamava Tiger Mask. Ma la popolarità italiana era una briciola rispetto alla sua fama mondiale: ancora nel 1995 in un match a Pyong Yang, capitale della Corea del Nord, organizzato in segno di pace dal paese comunista e dal Giappone, oltre 150mila persone affollarono lo stadio I Maggio.
E nel 1976 in un incontro a Tokyo affrontò perfino Muhammad Alì, leggenda del ring, ma sotto la voce pugilato. L'incontro finì pari e non fu spettacolare per nulla, a quanto sembra, blindato da una serie di regole per tutelare (a quanto sembra) soprattutto la paura di Alì di essere scaraventato fuori dal ring. Il pugile disertò la conferenza stampa del dopomatch, lamentandosi per il male alle gambe provocato dai calci del rivale.
Quella sfida fu comunque un'anticipazione della nascita del campionato dl mondo di arti marziali miste, che Inoki ovviamente conquistò, sconfiggendo tra il 1978 e il 1989 l'olandese Willem Ruska, ex olimpionico di judo, e il peso massimo americano Leon Spinks, che affrontò e sconfisse Muhammad Alì sul ring nel 1978.
Antonio Inoki adesso ha 68 anni, un'ex moglie attrice, vive tra Tokyo e New York e continua a fare il talent scout e il promotore nel mondo del wrestling. E a me scappa sempre di chiamarlo, come nelle presentazioni dei match fatte dall'enfatico speaker giapponese: “Annnnnntoniooooooooo... Iiiiiiiinoooookiiiiiii...”

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Il wrestling di Hulk Hogan

12 maggio 2011

IL WRESTLING DI HULK HOGAN

 
Don't try this at home: non provateci a casa, diceva lo slogan della Wwf (niente a che vedere con gli animali da salvare, nèh?), quando ancora gli incontri di lotta passavano sulla tv italiana. Sembra facile. I lettori della nostra pagina Facebook hanno scritto quello che capitava: la mossa dello scorpione rotante simulata sul prato del giardino, il laccio californiano sul letto all'ignaro e malcapitato orsetto di peluche. E da qualche parte c'è sicuramente qualcuno che ancora si vergogna, per aver schienato il fratellino, o peggio per essersi strappato una maglietta come Hulk Hogan.
Quello era il wrestling, bellezze. Che prima si chiamava catch e arrivava dal Giappone (ma ne parliamo qui, siate pazienti). E poi passò alle reti Fininvest, con le sembianze colorate e pittoresche dei ring americani e la voce coinvolgente di Dan Peterson, che inventò un altro sport nel nostro immaginario, dopo averci fatto innamorare della pallacanestro Nba.
I campioni erano gente grande, grossa e parecchio strana. The Undertaker entrava con un'urna cineraria e un accattivante abito nero da becchino. Coco B. Ware aveva un pappagallo sulla schiena, Jake The Snake Roberts appoggiava un pitone vivo su quel che restava dell'avversario sconfitto, The Million Dollar Man Ted DiBiase faceva svolazzare banconote (finte, i suppose) mentre entrava sul ring, The Ultimate Warrior aveva la faccia dipinta e prima di prendersela con l'avversario shakerava per bene le corde del ring, Bret The Hitman Hart aveva le braghe rosa e i riccioli fino alle spalle, Rick Rude aveva inventato i pantaloni a vita bassa prima che imperversassero sui fianchi delle teenager di mezzo mondo, Randy Savage, altrimenti detto Macho Man, entrava sul ring con la compagna Miss Elizabeth, perennemente in bikini o poco più, ed era abbronzato come dopo un mese ai tropici.
I più grandi? Ok, troppo facile. André The Giant restò imbattuto per quindici anni: alto una spanna più di due metri e pesante come un container (230 chili, si dice), era impossibile da schienare, almeno fino a che, nel 1987, non incontrò Hulk Hogan (che in realtà aveva già incrociato sui ring del Giappone, insieme all'immortale Antonio Inoki; ma anche di lui parliamo qui...). Ecco, Hulk Hogan era l'essenza del wrestling: il suo senso dello spettacolo dava parecchi punti a mezza Hollywood. Entrava in scena con bandana, maglietta da strappare e la musica di Rocky (a proposito, fece una particina in Rocky III nel 1985). Fino a metà incontro le prendeva parecchio. Ma quando l'avversario sembrava sicuro di averlo demolito, lui si scuoteva tutto e tremando di rabbia cominciava a gonfiarlo come una cornamusa, fino all'apoteosi della schienata finale. Per l'esultanza degli Hulkamaniacs, di Dan Peterson e di noi a casa. A proposito, il vecchio Hulk e metà della sua generazione combattono ancora. Lui ha 57 anni, per dire. Ed è ancora due metri di muscoli abbronzati.
Fin qui la cronaca. Ma possiamo rinunciare a un po' di gossip?
Hulk Hogan di cognome fa Bollea ed è nato in Florida da un artigiano edile italiano e da un'insegnante di danza con sange panamense e francese nelle vene. Randy Savage invece si chiamerebbe Randall Mario Poffo, pure lui di padre italiano, un nome che però suona malissimo addosso a uno spaventoso lottatore.
La compagna di ring di Randy Savage era Miss Elizabeth ed era sua moglie anche nella vita, almeno fino al divorzio avvenuto nel 1992. Nel 2003 è stata trovata morta nella casa di Lex Luger, un altro wrestler professionista. Causa del decesso, un'overdose di droga.
André The Giant era francese: il suo vero nome era André René Roussimoff: la sua stazza era impressionante già a dodici anni, quando aveva già superato il metro e 90 e sfiorato i 100 chili. Ma il tutto era causato da una disfunzione: il suo cuore, che faticava a pompare sangue in quell'enorme corpo, ha ceduto nel 1993, ormai costretto su una sedia a rotelle. Era a Parigi, tornato in patria per assistere al funerale del padre.
Antonio Inoki e Hulk Hogan hanno combattuto contro (e vinse l'americano) e in coppia, sempre in Giappone. Un altro compagno di combattimenti di coppia di Hulk Hogan è stato Mr T. Oh sì, proprio P. E. Baracus dell'A-Team.
Sono state molte le tragedie del mondo del wrestling, dove steroidi e cocaina abbondavano. Chi si ricorda gli atleticissimi British Bulldogs, quasi invincibili nei combattimenti di coppia grazie al loro modo di lottare acrobatico? Ecco, Davey Boy Smith è morto di un attacco di cuore nel 2002, mentre era in vacanza in Scozia. Dynamite Kid invece è costretto su una sedia a rotelle. Entrambi avevano ammesso di aver usato e abusato di medicinali e stupefacenti.

(E noi che pensavamo che la lotta fosse quella di Vincenzino Maenza. Ma questa è un'altra storia...)

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11 maggio 2011

IL MILAN DI ARRIGO SACCHI



Uno scudetto, una serie B per scommesse e, subito dopo, una per retrocessione sul campo, raffiche di acquisti bislacchi su cui spicca l'impalpabile centravanti inglese Luther Blissett, ormai più famoso per aver prestato il nome a un collettivo letterario che per le sue evoluzioni a San Siro: per i tifosi del Milan gli anni Ottanta non erano iniziati proprio benissimo.
Poi arrivò l'era di Silvio Berlusconi, fatta di un potenziale economico superiore a quello delle altre squadre, con campagne acquisti fatte di conseguenza. Ma non era solo questione di soldi e di campioni. Del Milan di Arrigo Sacchi si è tornato a parlare in questi tempi, immaginandolo come l'unica squadra in grado, in una sfida immaginaria, di tenere testa al Barcellona di Messi, Xavi e Iniesta. Quel Milan, al primo anno di Sacchi in panchina (era il 1987-88), conquistò lo scudetto vincendo a Napoli la sfida decisiva (vedi il video sopra). Quel Milan era Gullit, van Basten, Donadoni, Ancelotti. Ma era fatto anche di ragazzi del vivaio, cresciuti fino a diventare campioni, come Paolo Maldini, Billy Costacurta, Bubu Evani. Ed era fatto di gregari puri, eppure indispensabili: Angelo Colombo portava i suoi capelli biondi su e giù per la fascia destra, indispensabile come i compagni. Pur senza avere la stessa loro classe.
Dietro le quinte, c'era Arrigo Sacchi, uno che, appena arrivato in rossonero, rischiò l'esonero per aver preso due schiaffi al primo turno di Coppa Uefa dal modesto Espanyol. Berlusconi resistette e gli diede fiducia. Fece bene. L'organizzazione di Sacchi introdusse tattiche che hanno cambiato il calcio: difesa in linea, squadra corta, pressing, terzini che spingono, centrocampo in grado di soffocare gli avversari e poi di trasformarsi in macchina da attacco, talento al servizio del collettivo e mai fine a se stesso.
E soprattutto ha cambiato la mentalità del calcio nostrano. Abituate ad aspettare gli avversari, brave più a difendersi che a imporsi, le squadre italiane in Europa avevano uno spauracchio: il Real Madrid, che si poteva anche battere in casa per poi venire sommersi nel catino del Bernabeu. Nella semifinale di Coppa dei Campioni 1988-89, il Milan al Bernabeu non perse. L'1-1, nella testa italiana, era abbastanza per giocarsi il ritorno in casa difendendo e aspettando. 

Il Milan di Sacchi invece aggredì gli avversari fin dal tunnel degli spogliatoi, attaccando e nascondendo loro palla e speranze. Il primo tempo finì 3-0. In avvio di ripresa van Basten e Donadoni firmarono il trionfo. E solo allora i rossoneri si calmarono. Ma fu un successo epico. Portò il Milan in finale e alla sua terza Coppa dei Campioni, rivinta dopo vent'anni. Ma soprattutto liberò le squadre italiane dal loro complesso di inferiorità.

10 maggio 2011

ROB LOWE E LAURA INGALLS


(Warning: questo post è di gossip duro)

Ebbene sì, quello di St. Elmo's Fire si era fidanzato con quella de La Casa nella Prateria. E sono quei due nella foto: lui Rob Lowe, giovane, con la faccia da idolo delle teen agers. Lei Melissa Gilbert, senza il vestitone lungo così di moda a Walnut Grove e prima che il chirurgo plastico facesse taglia e cuci di naso e zigomi.
Era il 1978 quando si incontrarono per la prima volta, ovviamente negli studi della Cbs, dove entrambi, benché appena 14enni, erano di casa. Nel 1981 si ri-incrociarono dalle parti di Hollywood, fermi a un semaforo seduti nelle loro rispettive auto. E fu colpo di fulmine. La loro storia visse di alti e bassi (e tradimenti) per sei anni almeno. Lei ebbe relazioni con Tom Cruise, Scott Baio (ma sì, Chachi di Happy Days, che nel frattempo aveva avuto una storia anche con Erin Moran, ovvero Joanie, e non solo nel telefilm) e Billy Idol, il punk-rocker biondo. Lui si fidanzò perfino con Stèphanie di Monaco, la principessa dagli amori turbolenti. E, quando quella storia finì, tornò in ginocchio da Melissa con anello, diamante e proposta di matrimonio. Lei disse sì, ma quando poche settimane dopo gli disse di essere incinta, lui la lasciò. E lei perse il bambino.
Questa, ovviamente, è la versione di Melissa Gilbert, come risulta dall'autobiografia Prairie Tales (le storie della prateria) che ha pubblicato nel 2009. Su quelle stesse pagine, si racconta anche il più clamoroso tradimento incrociato, nella coppia di ex baby attori. Lei beccò Rob Lowe in albergo con Nastassja Kinski e si vendicò portandosi a letto John Cusack, il migliore amico di lui.
Non ne avete abbastanza, di gossip duro? Beccatevi questa: Melissa Gilbert è stata sposata per più di 15 anni con Bruce Boxleitner, che nella tv italiana spopolò nei panni del nipote figo nello sceneggiato La conquista del west. I due hanno annunciato la loro separazione a marzo. 

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09 maggio 2011

SADE A MILANO: NOI C'ERAVAMO

No, non tutti noi. Però c'era Raffaele, ottantologista della prima ora e appassionato di musica come pochi. Siccome è appassionato e competente, venerdì 6 maggio al Forum di Assago all'unica data italiana di Sade lui c'era. E ha scritto per noi una recensione del concerto. Così ci sentiamo belli presenti sull'attualità, e non solo sui ricordi, MP&F (Mica Pizza & Fichi)


Dovevate avere un motivo assai valido per mancare a questa rentrèe milanese che non ha deluso le aspettative. Sade, la regina di un mix unico di pop, R&B, jazz e molto altro ancora, è tornata dopo 17 anni a calcare le scene italiane in un Forum di Assago carico d'emozione.
"Un patto con il diavolo..." era il commento femminile più frequente, per spiegare i suoi 52 anni splendidamente portati, una classe ed una sensualità che le permette di uscire fasciatissima da una tuta nera nel primo brano del concerto, quella Soldier of Love che titolava il suo album 2010.
I brani inediti (dal vivo) degli ultimi due album, si alternano ai classici di sempre quali Smooth Operator, Your Love Is King, Is It A Crime, le intense e apprezzatissime Jezabel e Pearls, una Paradise riarrangiata dando più spazio alle percussioni, Kiss Of Life dove scorrono bellissime immagini della sua vita.
L'eccezionale band di otto elementi che la accompagna, viene presentata su due file: chitarra, basso e sax al suo fianco, mentre tastiere, percussioni, coristi e batteria sono posizionate su quattro distinte pedane, perfettamente orizzontali, che danno un'immagine di semplice modernità.
Love Is Found, nuova canzone del 2011, rappresenta uno shock per i tradizionalisti e Lei gioca a calcare la mano. Un brano già carico, appare, per intensità, quasi heavy metal. Un velo avvolge il palco e parte Morning Bird. Le immagini proiettate lasciano intravedere Sade in un'atmosfera di incredibile suggestione. Sembra la dimostrazione che più che la tecnica a volte è la fantasia l'arma vincente.
Il mondo onirico viene riproposto più volte e chiude lo show By Your Side, in tripudio di coriandoli e applausi. Ultimo cambio ed in un lungo abito rosso fuoco, nella proiezione di una New York in bianco e nero, l'icona della classe anni '80 saluta tutti con il bis Cherish The Day.

07 maggio 2011

LA SARABANDA DI NICOLA SAVINO


Ricordate Sarabanda? Ma sì, quel programma di Italia 1 di qualche anno fa, con Enrico Papi al timone e personaggi curiosi come l'Uomo Gatto che indovinavano le canzoni alle prime tre note. Se vi piacciono gli anni Ottanta e la loro musica, e volete sfidare (almeno virtualmente) un campione di questa disciplina, sintonizzatevi su Radio Deejay da lunedì a venerdì a mezzogiorno circa. A quell'ora sta per finire Deejay Chiama Italia, le due ore più longeve e famose della radiofonia italiana con Linus e Nicola Savino al timone. E, come accade da qualche mese, a ogni cambio d'ora l'emittente propone tre successi che hanno fatto la storia della radio, uno per decade, prima gli anni Ottanta, poi i Novanta e infine uno del 2000.
Il gioco è questo: invece di uscire dallo studio, Nicola Savino resta al microfono insieme a Vic, conduttore di The Network, la trasmissione successiva, e prova a indovinare il pezzo anni Ottanta il più presto possibile. Che siano i Breakfast Club, i Womack & Womack, i Dream Academy, o la più sconosciuta delle one shot band dell'epoca, Nicola Savino in tempo zero le indovina tutte. Io, che mi sento un esperto, non l'ho mai battuto. Provateci voi...

Ps: se posso aggiungere, ci vuole intelligenza e senso dello spettacolo per trasformare un mero meccanismo, come il passaggio da una trasmissione radio all'altra, in una piccola trasmissione a sé stante. Giù il cappello, Radio Deejay. Che, non per caso, è nata negli anni Ottanta...

Pps: Nicola Savino, normalmente, non trasmette in mutande. Ma lo hanno preso come testimonial, insieme a Linus, per una pubblicità di Yamamay, servita a promuovere due iniziative benefiche: le raccolte fondi per il Dynamo Camp e per l'Air