Visualizzazione post con etichetta Dan Peterson. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dan Peterson. Mostra tutti i post

04 febbraio 2013

SUPERBOWL, NEL 1981 LA PRIMA DIRETTA IN ITALIA

Joe Montana nel Superbowl del 1982

Avevamo appena capito le regole del rugby, e forse nemmeno tanto bene, a forza di ascoltare le sintesi di Mirko Petternella alla domenica sportiva e di Paolo Rosi, in quelle rare volte in cui una partita del Cinque Nazioni o della Nazionale finiva in diretta il sabato pomeriggio. Poi arrivarono quegli omoni con le divise tutte colorate, i numeri enormi come le imbottiture paracolpi e i caschi con un simbolino che spesso sembrava disegnato da Walt Disney. Era il 1981 e facemmo improvvisamente conoscenza con il football americano e con il primo Superbowl trasmesso in diretta dalle nostre parti. La prima volta fu un affare per pochi. Bisognava essersi un po' affezionati alla quasi neonata Canale 5, per esempio, e riceverne bene il segnale. E poi bisognava avere la pazienza di trascurare il sonno per quasi un'intera domenica notte. E, soprattutto, avere tanta fiducia in chi ci spiegava le regole: Mike Bongiorno, un volto una garanzia, per esempio condusse la trasmissione di anteprima, mentre la telecronaca fu affidata a Marco Lucchini, che eravamo abituati a sentir parlare di calcio e di sport più consoni alle nostre abitudini.

21 maggio 2011

WRESTLING, RANDY SAVAGE È MORTO


Ne avevamo parlato solo pochi giorni fa su Ottantology, raccontando le epiche sfide dell'epoca di Hulk Hogan e delle telecronache di Dan Peterson. Ieri Randy Savage, alias Macho Man, è morto, all'età di 59 anni. Stava guidando la sua jeep sulle strade di Seminole, in Florida, poco lontano dalla sua abitazione. L'auto, dicono le cronache, ha invaso la corsia opposta, apparentemente senza ragione, e ha terminato la sua corsa fuori strada, contro un albero. Il wrestler è morto, la seconda moglie Lynn è rimasta ferita, ma non è in pericolo di vita. La polizia sospetta che un malore abbia causato l'incidente.
Macho Man, vero nome Randall Mario Poffo, chiare le origini italiane, era uno dei lottatori più amati degli anni Ottanta. Indimenticabili le chiusure dei suoi combattimenti, con il volo d'angelo a gomito alzato partendo dalle corde del ring, per schiacciare il rivale. E indimenticabili i suoi ingressi: occhiali da sole, abbronzatura, capelli lunghi (che, come testimonia la foto sopra, ultimamente si erano diradati e accorciati), aria strafottente di un vero macho, al fianco la allora moglie Miss Elizabeth, scomparsa quasi dieci anni fa per una probabile overdose. Di lui resteranno una raccolta di figurine di all star del wrestling, uscita negli Usa l'anno scorso, e il suo personaggio nel videogame Wwe All-Stars, in vendita da marzo. Tra i suoi fans più convinti, c'era proprio Dan Peterson che, raccontano le cronache, chiamò Macho Man il suo gatto.

14 maggio 2011

IL CATCH DI ANTONIO INOKI

 
Prima di Dan Peterson e delle reti Fininvest e dei ring americani, il wrestling si chiamava catch, arrivava dal Giappone e andava in onda sulle tv private, con la voce di Tony Fusaro a rendere eroi personaggi che in Italia non si erano mai visti.
L'eroe tra gli eroi aveva pure un nome italiano. Antonio Inoki aveva fisico scolpito, pantaloncini attillati rigorosamente neri e una mascella che neanche Ridge. Il suo vero nome era Inoki Kanji, aveva praticato pallacanestro e atletica tra Giappone e Brasile, dove la famiglia emigrò negli anni Cinquanta. Quando cominciò a dedicarsi al catch (che in Giappone però si chiama puroresu, contrazione di “purofessionaru resuringu", la pronuncia giapponese di professional wrestling, scelse Antonio in onore di un lottatore italo-americano degli anni '50-'60, Antonino Rocca.
In Italia conquistò notorietà negli anni Ottanta, con la fama di invincibile, grazie alle registrazioni dei match del circuito nipponico che ci spiegarono molto anche sul cartone animato dell'Uomo Tigre. Che esisteva davvero e si chiamava Tiger Mask. Ma la popolarità italiana era una briciola rispetto alla sua fama mondiale: ancora nel 1995 in un match a Pyong Yang, capitale della Corea del Nord, organizzato in segno di pace dal paese comunista e dal Giappone, oltre 150mila persone affollarono lo stadio I Maggio.
E nel 1976 in un incontro a Tokyo affrontò perfino Muhammad Alì, leggenda del ring, ma sotto la voce pugilato. L'incontro finì pari e non fu spettacolare per nulla, a quanto sembra, blindato da una serie di regole per tutelare (a quanto sembra) soprattutto la paura di Alì di essere scaraventato fuori dal ring. Il pugile disertò la conferenza stampa del dopomatch, lamentandosi per il male alle gambe provocato dai calci del rivale.
Quella sfida fu comunque un'anticipazione della nascita del campionato dl mondo di arti marziali miste, che Inoki ovviamente conquistò, sconfiggendo tra il 1978 e il 1989 l'olandese Willem Ruska, ex olimpionico di judo, e il peso massimo americano Leon Spinks, che affrontò e sconfisse Muhammad Alì sul ring nel 1978.
Antonio Inoki adesso ha 68 anni, un'ex moglie attrice, vive tra Tokyo e New York e continua a fare il talent scout e il promotore nel mondo del wrestling. E a me scappa sempre di chiamarlo, come nelle presentazioni dei match fatte dall'enfatico speaker giapponese: “Annnnnntoniooooooooo... Iiiiiiiinoooookiiiiiii...”

Sullo stesso argomento, leggi anche
Il wrestling di Hulk Hogan

12 maggio 2011

IL WRESTLING DI HULK HOGAN

 
Don't try this at home: non provateci a casa, diceva lo slogan della Wwf (niente a che vedere con gli animali da salvare, nèh?), quando ancora gli incontri di lotta passavano sulla tv italiana. Sembra facile. I lettori della nostra pagina Facebook hanno scritto quello che capitava: la mossa dello scorpione rotante simulata sul prato del giardino, il laccio californiano sul letto all'ignaro e malcapitato orsetto di peluche. E da qualche parte c'è sicuramente qualcuno che ancora si vergogna, per aver schienato il fratellino, o peggio per essersi strappato una maglietta come Hulk Hogan.
Quello era il wrestling, bellezze. Che prima si chiamava catch e arrivava dal Giappone (ma ne parliamo qui, siate pazienti). E poi passò alle reti Fininvest, con le sembianze colorate e pittoresche dei ring americani e la voce coinvolgente di Dan Peterson, che inventò un altro sport nel nostro immaginario, dopo averci fatto innamorare della pallacanestro Nba.
I campioni erano gente grande, grossa e parecchio strana. The Undertaker entrava con un'urna cineraria e un accattivante abito nero da becchino. Coco B. Ware aveva un pappagallo sulla schiena, Jake The Snake Roberts appoggiava un pitone vivo su quel che restava dell'avversario sconfitto, The Million Dollar Man Ted DiBiase faceva svolazzare banconote (finte, i suppose) mentre entrava sul ring, The Ultimate Warrior aveva la faccia dipinta e prima di prendersela con l'avversario shakerava per bene le corde del ring, Bret The Hitman Hart aveva le braghe rosa e i riccioli fino alle spalle, Rick Rude aveva inventato i pantaloni a vita bassa prima che imperversassero sui fianchi delle teenager di mezzo mondo, Randy Savage, altrimenti detto Macho Man, entrava sul ring con la compagna Miss Elizabeth, perennemente in bikini o poco più, ed era abbronzato come dopo un mese ai tropici.
I più grandi? Ok, troppo facile. André The Giant restò imbattuto per quindici anni: alto una spanna più di due metri e pesante come un container (230 chili, si dice), era impossibile da schienare, almeno fino a che, nel 1987, non incontrò Hulk Hogan (che in realtà aveva già incrociato sui ring del Giappone, insieme all'immortale Antonio Inoki; ma anche di lui parliamo qui...). Ecco, Hulk Hogan era l'essenza del wrestling: il suo senso dello spettacolo dava parecchi punti a mezza Hollywood. Entrava in scena con bandana, maglietta da strappare e la musica di Rocky (a proposito, fece una particina in Rocky III nel 1985). Fino a metà incontro le prendeva parecchio. Ma quando l'avversario sembrava sicuro di averlo demolito, lui si scuoteva tutto e tremando di rabbia cominciava a gonfiarlo come una cornamusa, fino all'apoteosi della schienata finale. Per l'esultanza degli Hulkamaniacs, di Dan Peterson e di noi a casa. A proposito, il vecchio Hulk e metà della sua generazione combattono ancora. Lui ha 57 anni, per dire. Ed è ancora due metri di muscoli abbronzati.
Fin qui la cronaca. Ma possiamo rinunciare a un po' di gossip?
Hulk Hogan di cognome fa Bollea ed è nato in Florida da un artigiano edile italiano e da un'insegnante di danza con sange panamense e francese nelle vene. Randy Savage invece si chiamerebbe Randall Mario Poffo, pure lui di padre italiano, un nome che però suona malissimo addosso a uno spaventoso lottatore.
La compagna di ring di Randy Savage era Miss Elizabeth ed era sua moglie anche nella vita, almeno fino al divorzio avvenuto nel 1992. Nel 2003 è stata trovata morta nella casa di Lex Luger, un altro wrestler professionista. Causa del decesso, un'overdose di droga.
André The Giant era francese: il suo vero nome era André René Roussimoff: la sua stazza era impressionante già a dodici anni, quando aveva già superato il metro e 90 e sfiorato i 100 chili. Ma il tutto era causato da una disfunzione: il suo cuore, che faticava a pompare sangue in quell'enorme corpo, ha ceduto nel 1993, ormai costretto su una sedia a rotelle. Era a Parigi, tornato in patria per assistere al funerale del padre.
Antonio Inoki e Hulk Hogan hanno combattuto contro (e vinse l'americano) e in coppia, sempre in Giappone. Un altro compagno di combattimenti di coppia di Hulk Hogan è stato Mr T. Oh sì, proprio P. E. Baracus dell'A-Team.
Sono state molte le tragedie del mondo del wrestling, dove steroidi e cocaina abbondavano. Chi si ricorda gli atleticissimi British Bulldogs, quasi invincibili nei combattimenti di coppia grazie al loro modo di lottare acrobatico? Ecco, Davey Boy Smith è morto di un attacco di cuore nel 2002, mentre era in vacanza in Scozia. Dynamite Kid invece è costretto su una sedia a rotelle. Entrambi avevano ammesso di aver usato e abusato di medicinali e stupefacenti.

(E noi che pensavamo che la lotta fosse quella di Vincenzino Maenza. Ma questa è un'altra storia...)

Sullo stesso argomento leggi anche
il catch di Antonio Inoki 

30 marzo 2011

KAREEM, LARRY, MAGIC. E DAN PETERSON



Prima di lui, prima di loro, pensavamo che la pallacanestro americana fossero gli Harlem Globetrotters, e che nessuna squadra sulla faccia della terra potesse battere quell'acrobatico quintetto che si faceva beffe di schemi e legge di gravità.
Prima di lui, prima di loro, il campionato professionistico di laggiù si pronunciava all'italiana, enne-bi-a, come faceva Aldo Giordani, voce e penna della palla al cesto nostrana sulla Rai e su Superbasket. Ed era una faccenda da incistati esterofili, che a quelli normali in fondo bastavano le sfide infinite tra la Billy e la Sinudyne, trasmesse a partire dal secondo tempo il sabato pomeriggio, e in Coppa dei Campioni si doveva battere la Jugoplastika.
Poi la tv commerciale si invaghì degli americani. E scelse lui, Dan Peterson, per spiegarli a noi illetterati. Gli appassionati conoscevano già quel piccoletto nato in Illinois, con la faccia da duro e la statura sproporzionatamente bassa rispetto ai cestisti che catechizzava a ogni timeout. Ma non avevano idea che il coach fosse in grado di portare a termine un'impresa incredibile: rendere la pallacanestro americana nazionalpopolare, con le sue classifiche strane fatte di percentuali e di squadre che si affrontavano tutte ma poi erano raggruppate in divisions, e nessuna retrocedeva mai, con i nomi tutti stranieri (ovviamente) e l'organo Hammond che suonava la carica e le cheerleaders e la mascotte vestita da pupazzo che gasava il pubblico.
Cominciammo a chiamarla èn-bi-èi, ovviamente. E a conoscere squadre e campioni. E soprannomi. Se dico Julius Erving, fate una smorfia perplessa. Ma se urlassi Doctor J? Sicuro, vi torna in mente almeno una sua schiacciata con la canotta dei 76ers di Philadelphia. E EarvingJohnson chi è? Ancora perplessità. Ma se lo chiamassi Magic? Anzi, tutto attaccato, Magic Johnson? Era quello che passava la palla a Kareem Abdul Jabbar. E Kareem, con i suoi occhialoni tenuti sulla faccia dall'elastico, faceva canestro con il gancio cielo.
Nei meravigliosi anni Ottanta della pallacanestro americana in Italia, o stavi con Kareem e Magic, o stavi con Larry Bird e Robert Parish, o meglio The Chief. O con i Los Angeles Lakers o con i Boston Celtics. Dal 1980 al 1990, 8 titoli su 10 sono andati a queste due squadre (5-3 per i Lakers e tre finali una contro l'altra). E in mezzo a loro la voce fuori campo era di Dan Peterson. Che raccontava aneddoti e schemi, e quando Magic inventava un assist dietro la schiena urlava “Uuuuuuuuhhhh”. E quando Bird segnava il canestro del +15 per Boston a due minuti dalla fine, sentenziava: “Mamma, butta la pasta”.
Oggi che è il 2011, la Nba ha quasi più spazio della pallacanestro italiana, sulle pagine del quotidiano sportivo con la carta rosa. E il Forum di Assago, grande e semivuoto quando gioca Milano in campionato, si è riempito in prevendita e in un paio d'ore, quando sono venuti a giocare in Italia i New York Knicks, lo scorso autunno. In meno di trent'anni, un mondo sconosciuto è diventato un punto di riferimento per gli appassionati. Grazie a Magic, Bird, Kareem, alle partite su Canale 5 di allora. E grazie a Dan Peterson. Che, a proposito, quest'anno è tornato ad allenare. E chissà se lo dice anche nei time out “Mamma butta la pasta”...





E se volete godervi il racconto di quegli anni, leggete qui. Scrive Dan, il coach