Giovedì 21 luglio lo Space Shuttle Atlantis ha portato a termine la sua ultima missione, atterrando sulla pista del Kennedy's Space Center. Ed è finita un'epoca. O forse un'era. Siete ottantologisti di buona memoria, se avete sentito parlare almeno una volta di era spaziale: furono gli storici contemporanei a coniare quel termine, pensando che il futuro dell'uomo fosse indissolubilmente destinato a svilupparsi oltre la nostra atmosfera, a partire dal 1957, quando l'Unione Sovietica mise in orbita lo Sputnik, passando per la cagnolina Laika, Juri Gagarin e il 20 luglio 1969 (casualmente, o forse no, quasi lo stesso giorno dell'anno...), quando l'astronauta americano Neil Armstrong posò il suo piedone fasciato da uno stivale bianco sul suolo della luna. Poi sono arrivati i computer e internet e le fibre ottiche e gli storici hanno cambiato nome al periodo contemporaneo, ribattezzandolo era dell'informazione, scoprendo che uno spazio molto più infinito non era ancora stato esplorato, quello virtuale.
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| Il lancio dello Shuttle Columbia, nel 1981 |
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| L'esplosione dello Shuttle Challenger nel 1986 |
Poi arrivò il 1986. Era gennaio. Lo Shuttle era il Challenger e la sua missione faceva notizia perché a bordo c'era una donna, un'insegnante, che avrebbe anche tenuto una lezione di scienze in diretta dallo spazio. Invece, 73 secondi dopo il decollo, lo Shuttle esplose, in una nuvola di fumo bianco con scie di lapilli che sembravano fuochi di artificio, uccidendo i sette membri del suo equipaggio. Aveva ceduto una stupida guarnizione. Un pezzo all'apparenza insignificante, un granello di sabbia di traverso negli ingranaggi dei sogni dell'umanità. Come se la profezia di Space Oddity, la canzone di David Bowie, dovesse per forza avverarsi: «Il pianeta Terra è blu e non c'è nulla che io possa fare».



